| La sorella di Shama |
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| Viaggi |
| Scritto da Massimo Vaj |
| Mercoledì 30 Giugno 2010 11:57 |
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Tamelzite era uno sputo di venti case di fango e letame a milleduecentometri di altitudine nel Marocco settentrionale, zona franca del Riff tribale, abitato da Berberi e dall'assenza di leggi governative. Patria del kife (marijuana) e rifugio di tutti i criminali ricercati dalla polizia marocchina che, dopo un po', smette di cercarli e si siede a fumarsi un sipsy pure lei, ammirando il panorama di abeti e sugheri che dalle montagne sfumano nel mare. Lì, io e quella che oggi è mia moglie, trentadue anni fa abbiamo abitato una quindicina di mesi in fattoria e, oltre alla lingua, abbiamo appreso un po' di storie della loro cultura -non sono Arabi, ma sono comunque Musulmani- che ricordano il nostro bellissimo, e tragico, Medioevo. I Berberi sono persone estremamente ospitali e intelligenti, come lo sono anche gli Arabi che li hanno invasi, in un lontano passato. Un giorno arrivò un tipo giù in fattoria, magro e scapigliato, tempestato di pustolette rosse che lui diceva essere colpa delle aringhe affumicate, ma che io conosco -per averla sperimentata- come scabbia, parassiti che magnano voraci scavando gallerie sotto la pelle. Lo fanno aspettare nel locale -uso un eufemismo per dire di una casetta, costruita in mattoni di fango impastato a letame- dove alloggiavo io con la mia compagna. I miei amici berberi, chiamandoci di là, in un'altra stanza, ci dissero di avere un attimo di pazienza e di cortesia che costui era uno interessante perché aveva un garage a Tetouàn dove loro avrebbero potuto immagazzinare il fumo. Così interessante che pensavano di dargli in moglie la sorella di Shama, una magnifica principessa di diciassette anni che cavalcava l'asino in maniera così aristocratica da farlo sembrare un destriero. Io e la mia compagna ci guardammo allibiti, accomunati dal medesimo tuffo al cuore di disperazione. Tornammo di là dal tipo che, insospettito dal fatto che parlavamo un po' la sua lingua, si sentiva costretto a giustificarsi, a ogni grattata, con la storia delle aringhe. Noi, nel frattempo, ci tenevamo a distanza di sicurezza. Ci raccontò che guidava il Pullman e del suo garage che poteva riempire con tonnellate di roba ché aveva gli amici poliziotti a Dardàra che, in cambio di soldi, lo facevano passare indenne dal controllo. Io lo guardavo mentre sapevo che, nell'altro locale, quelli della famiglia studiavano il modo di evitare che la sorella di Shama potesse suicidarsi, e riuscivo anche a scorgere le uova della sua scabbia che, a ogni sua grattata, si lanciavano entusiaste alla ricerca di nuove prede. Il tipo non riusciva a nascondere progetti strabilianti di rapidi arricchimenti, e già si vedeva proprietario di decine di garage, pieni di fumo e pullman, sparsi per il nord del Marocco. Ma la vita si sa, anche da quelle parti, segue le stesse leggi che affliggono noi, e il germe del dubbio a un certo punto interruppe bruscamente i suoi faraonici sogni... Da quelle parti ci si sposa a scatola chiusa, come quando compri su E-Bay, ma senza feed-back e il tipo, come interrotto da una fucilata (tale pareva essere stata la sua emozione), cercando vanamente di avvicinarsi a noi ci chiese a bassa voce, con aria di perversa complicità —Ma com'è... è grassa?— |





