Gita avventurosa con Vito

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Scritto da Massimo Vaj   
Lunedì 28 Giugno 2010 11:50

Dovete sapere che io ho fatto l'assistente socio-sanitario all'Istituto Don Carlo Gnocchi di Milano. Ho lavorato lì per undici anni. Poiché sono stato anche un, molto saltuario, corridore di Enduro e i miei ragazzi erano i miei primi e unici tifosi, un giorno decisi di portare Vito, un ragazzo siciliano molto appassionato di moto, ma fortemente spastico, tanto da non poter camminare né parlare facile, a fare una gita in montagna in moto.

Naturalmente era una follia ma, l'avrete già capito, non essendo io propriamente "normale", di follia non difetto. Dovevo nascondere all'Istituto la cosa, per via della sua innegabile pericolosità. Una domenica mattina vado a prendere Vito in macchina e lo porto, in braccio, a casa mia. Lì lo vesto da cross con paracose dappertutto e stivali etc. etc. Come si sta in gara. Con noi viene un amico, anche lui corridore, con la sua bestia da gara, come la mia Honda XR (for race) di quasi cinquantacinque cavalli alla ruota su centoventi kili, che quando davi gas faceva solo buchi per terra. Carichiamo Vito dietro di me e partiamo. Marmitta spalancata, rumore da Jet a regime, e via. Vito, non dimenticandosi l'handicap, sguscia di continuo con i piedi dalle pedaline e mi tocca tirarglieli su ogni minuto, mentre ci apprestavamo alla gara più impegnativa mai vista, che quella d'inverno e nel fango del circuito che usavano per il campionato Italiano a Bobbio, nel Pavese, pareva un allenamento, al confronto.
I primi cento chilometri scorrono con qualche accelerata e corti monoruota per metterlo a suo agio perché urlava, un po' di gioia e parecchio di terrore. Finalmente la salita dopo Menaggio arriva e la prendiamo per aggredire i monti di sopra, che conoscevo come casa mia e che, dopo un po' di anni, sono diventati davvero casa mia. Fatti due chilometri Vito, che sui tornanti pencolava paurosamente, mi si scompone su uno di questi e cadiamo. Sapete com'è la vita, se qualcosa ti può accadere di ridicolo, accade. Proprio sul tornantone che apriva una svolta per l'Ospedale di Menaggio. Andavamo piano e il mio passeggero era così imbottito che manco un camion avrebbe potuto scalfirlo, e lui stava sotto la moto e rideva come fanno gli spastici... singhiozzando. Il mio amico dietro, anche lui pareva piangere dal ridere. L'unico serio, per via del posto di lavoro in bilico, ero io. In quella situazione surreale si blocca una signora con la macchina e scende iperagitata e afferra Vito, che pareva il più grave, lo estrae da sotto il bolide e s'accorge che non cammina, non solo, ma è pure tutto sciancato, e piange. Una tragedia prende forma cupamente, ma inflessibilmente. Vito stava in piedi (si fa per dire) tra la signora e il mio amico, ognuno dei due se lo tirava verso sensi opposti. La signora verso l'ospedale, dicendo che eravamo sotto shock e che ci avrebbe pensato lei, il mio amico che non riusciva, dall'emozione, a spiegarle che Vito era spastico, ed io che non potevo dirglielo perché sapevo che Vito si sarebbe poi offeso brutalmente. L'incredibile situazione è andata avanti per un po' fino a quando la signora ha mollato la presa e noi abbiamo sollevato la moto, liberato la strada, ricomposto Vito e spiegato e ringraziato la signora che credo, ancora oggi, non sia del tutto convinta che quell'ammasso di ossa scomposte, che abbiamo poi di fretta caricato in moto di nuovo, fosse un essere con qualche possibilità di sopravvivere fino a sera.
Il resto della giornata ci ha visto arrivare, fuori strada, sui pascoli alti di Logone, tra i prati e i rododendri in fiore. Abbiamo anche, oltre alle trecentomila di multa, trovato un corno a sei biforcazioni di cervo, che Vito tiene a monito, sopra la televisione. Vito, ancor oggi, quando ricorda quella giornata, piange. Ma non si capisce bene se dal ridere o dal piangere...

Nota doverosa dovuta a un uomo buono: Naturalmente non potevo dire al finanziere della speciale condizione in cui stava Vito il quale, stando seduto a terra sembrava un endurista, ma il militare deve averla notata quando caricammo Vito sulla moto. L'uomo era già lontano da noi, ma probabilmente ci curava per vedere se obbedivamo all'ordine di lasciare quella magnifica vallata. Fu così che ci fermò sul sentiero di ritorno per avvisarci che aveva strappato la multa.

 

 

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