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Il Padano è chiaro e cosciente nel venire e nell'andare, nel guardare e nel distogliere lo sguardo, nell'inchinarsi e nel sollevarsi, nel portare l'abito, nel mangiare e nel bere, nel masticare e gustare, nel vuotarsi di feci e di urina, nel camminare e stare a sedere, nell'addormentarsi e svegliarsi, nel parlare e tacere. Come in uno specchio egli si mira e rimira prima di fare un'azione, si mira e rimira prima di dire una parola, si mira e rimira prima di nutrire un pensiero.
Il Padano è una specie di statua vivente, posata sul piedistallo della virilità, che sa tacere nella profonda dignità dell'essenza virile, stabilmente distaccata dai tumulti del mondo, severo, attento, senza occhieggiare di qua e di là, ferreo, si potrebbe quasi dire anche duro. Millenni sono trascorsi, nei quali la razza Padana ha schivato le commistioni razziali che hanno afflitto il mondo, evitato gli incroci che offendono orrendamente la temerarietà con la quale il Padano affronta la vita, supportato da un bagaglio genetico caratterizzato da coppie di alleli che non s'innamorano facile del primo allele di colore che passa, nemmeno se questo ha un culetto arrotondato dall'arte cieca con la quale l'accidente distribuisce, a casaccio, la bellezza. Sì, perché il Padano se ne frega di non essere bello, se ne fotte di un'intelligenza acuta che serve soltanto a dare sensi di colpa. Il Padano sa sempre a chi attribuire la colpa. È per questa superiore consapevolezza che il Padano non è un credente se non nel sapere di essere un sapiente.
—Finalmente Professore! —Ci siamo riusciti a decifrare l'antico codice che quest'uomo congelato, morto quattromila anni fa di diarrea fulminante, portava con sé arrotolato a un'ampolla di puro liquido paglierino! —È stata dura ma ce l'abbiamo fatta!—
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