Corso Garibaldi e Marco "Prima linea"

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Scritto da Massimo Vaj   
Mercoledì 30 Giugno 2010 19:23

 C’era a Milano, e c’è ancora, una via che si chiamava "Corso Garibaldi", con case di ringhiera e vecchi cortili bellissimi. Alcuni di questi erano occupati (nel vero senso della parola) da freak. In uno di questi abitava una comunità composta da una trentina di stravoltoni, che trafficavano in placche di fumo e che addirittura si erano permessi il lusso di poterne perdere, nella spazzatura, quattro chili in una volta sola. (Piangevano come bimbi...n.d.r.).

 

 

Avevano un cane, nero e di media taglia, di pelo abbastanza lungo, che il non essere mai lavato gli conferiva un’aria da rasta che rendeva meno visibile la sporcizia di chi gli stava vicino. Non mi ricordo come si chiamava, forse perché un nome non l’aveva nemmeno.Lui era autonomo e non si sapeva dove andasse a lavorare.Freak di tutta Italia lo conoscevano perché lui saliva sui treni per andare ai concerti. Si accodava ai gruppi di freak, che aspettava in stazione, e li seguiva. Stessa cosa per tornare a casa, tanto non è che avesse proprio una casa.Non aveva un padrone e in Garibaldi, quando litigavano, lo temevano tutti, perché lui sedava le risse mordendo indiscriminatamente ogni gamba che agitava un pantalone.Lo avevano abituato, fin da cucciolo, ad andare ai concerti, che si vede gli piacevano (forse, più che per la musica, per il cibo facile), e continuava ad andarci, anche senza i suoi conviventi che avevano, come lui, da pensare alla pagnotta. Non era un cane spiritoso, ringhiava facile e stava sulle sue. Ma a me, che ai cani preferisco i gatti, lui piaceva, e molto anche.Lì abitava anche il mio amico Marco "prima linea", napoletano DOC, che avevo conosciuto ad Amsterdam e col quale sono stato quasi tre mesi mangiando poco o anche meno. L’ho pure ospitato mesi a casa mia, e poiché lui è un disegnatore come me, ci siamo spanciati dal divertimento a far vignette su tutti quelli che conoscevamo, sparandoci LSD appena il nostro organismo aveva abbassato la guardia, alzatasi dopo l’ultima assunzione, che ci faceva con la sua malefica tolleranza, capace d’abituare il corpo a tutto, droghe e veleni compresi.Lui, come tutti i napoletani, amava le scarpe, ma il fatto di essere piccolo lo penalizzava orientandone il gusto sui modelli con tacco alto. Adorava, quindi, i Camperos spagnoli.Lui faceva associazione per delinquere con un altro di via Garibaldi, col quale abitava e che aveva la rara caratteristica, per quell’ambiente, di sembrare un bimbo bene della borghesia: biondino e magrino, pellicina chiara e liscia e un paio di lenti tonde montate su similoro che gli conferivano un’aria da intellettuale. Lui costituiva l’esca perfetta.Marco, un giorno, entrò in un lussuoso negozio di scarpe in centro e si fece portare un paio di Camperos da provare, li calzò, sgambettò un attimo e quello fu il segnale che fece entrare nel negozio quel lindo giovanottello che mai nessuno avrebbe potuto sospettare fosse suo complice. All’apertura della porta del negozio Marco, urtando lo sconosciuto amico, prese a correre come un forsennato in strada, lasciando le sue vecchie scarpe davanti agli occhi increduli del padrone del negozio.Questi però era un atleta e, si è scoperto dopo, correva la mezza maratona e altre gare campestri, per diletto e inclinazione fisica. Ovviamente, dopo il primo imbarazzo, gli corse dietro.Marco anche ad Amsterdam viveva così, scappando dal mondo, quindi era a sua volta ben allenato e in più, essendo piccolo e scattante, correva come un missile.Ma l’altro aveva doti da mezzofondista che, dopo i primi quattro chilometri percorsi attraversando il Parco Sempione verso la periferia, cominciarono a prevalere sull’angoscia che motivava il fuggitivo. Gli stivali nuovi, poi, stavano dalla parte del vero proprietario, piagandogli i piedi che ormai disperavano di poterli domare in un solo giorno, anche se così lungo. Il negoziante, correndo da professionista e notando che Marco non avrebbe sfigurato nemmeno in una vera maratona, scoraggiato anche lui di riuscire a prendere quel folletto così restio a farsi avvicinare, prese a gridare:—Al ladro! Al ladro!—Marco non si fece certo sorprendere da quei mezzucci borghesi e puerili e gridava a sua volta:— Al ladro! Al ladro!— così che tutti pensavano che erano in due a inseguire chissà chi.Alla fine la tomaia nuova dei Camperos risolse la questione e il dolore delle vesciche, insieme a quello dei crampi, ormai già in vista della periferia, in un prato di fianco alla ferrovia, fecero stramazzare Marco e il suo inseguitore insieme. Questi era un omone e manco s’incazzò, fece i complimenti a Marco dicendogli che avrebbe avuto un futuro nel mezzofondo, gli scalzò gli stivali, stortò il naso alla vista dei piedi sanguinanti e gli chiese il perché di quel furto ridicolo. Marco rispose con la verità, dicendogli di essere un pittore disoccupato e, in aggiunta, ricercato dalla polizia per non essersi presentato al servizio di leva. Il tipo del negozio gli rispose di portargli un suo quadro che l’avrebbe scambiato con gli stivali, ormai invendibili. L’indomani, zoppicando, Marco così fece. Il quadro era bello e gli stivali un po’ meno, e avrebbero dovuto attendere un bel po’ prima di poter di nuovo ospitare quei piedi avventurosi, che dovettero guarire da un bel numero di bolle prima di, insieme a quei Camperos, alzare di cinque centimetri quel piccolo, ma indomabile orgoglioso riccioluto freak.

 

 

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