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Sai, penso che a nessuno piace quando la sua nazione è giudicata in negativo. Ed io, raccontando tali episodi, non farei altro che mettere in vista tutto ciò. Anche se….. a volte….mi sono posto la fatidica domanda se “gli italiani sono razzisti”? Ma quando penso ai italiani, mi vengono in mente tutti i miei amici, colleghi, conosciuti. Allora la mia risposta e per meta – NO. L’altra meta è…. sempre un NO. Ma essa non viene dalla mia coscienza di una verità chiara. Piuttosto è una risposta di paura davanti ad un confronto contrario. Cioè – in poche parole – ammettere il razzismo italiano mi spaventa troppo.
****** …... esci fuori da la, Vale, tu non ti rendi conto quanto sei stato sfruttato in questi quattro anni. Vieni qui, a Piacenza, e faro di tutto per avere un lavoro dignitoso… che meriti. Non capisco come un ragazzo cosi capace e intelligente si può accantonare in una vita misera come quella che ci sei? Non e questa l’Italia, la devi conoscere. Erano le parole di Cristina. Anno di grazia 2002. Ed ho dato retta alle sue parole. Ho mollato quel mondo…. brillante e affascinante per quelli che lo vedono da fuori, ma miserabile ed affaticante per quelli che vivono dentro. Un mondo di nomadi maledetti, dove oggi costruisci e domani demolisci. Il mondo del circo. Ed eccomi evaso. Anche se mi trovavo da anni in questo paese, mi rendevo conto di non saper quasi nulla su di esso. Come vive la gente, i abitudini, la cultura, le tradizioni. Ma ero carico. Volevo conoscere tutto. Non mi bastava imparare soltanto la lingua. Volevo integrarmi. Non per una sorta di “sentirmi italiano”. Oh no. Ma mi rendevo conto che per capire la maggior parte delle cose, dovevo pensare “come un italiano”. Mi sentivo come una spugna…. che succhia assetata tutto intorno a se. Poi devo dire che ero meravigliato. Scoprire un nuovo modo di pensare, di mentalità, paragonarlo con quello che ero io, le mie mentalità, mi dava una certa soddisfazione. Una certa carica. Sembrava tutto perfetto, ed avevo l’impressione di aver conosciuto gran parte di quello che non capivo prima. Ma era soltanto un’impressione….. Un giorno qualsiasi di ottobre. Stesso anno. 2002. Erano passati qualche mesi da quando stavo con Cristina. …… guarda Vale, una festa. Ti va di mangiare un spiedino? Dai, andiamo dentro. Ero già stato ad alcune feste, sapevo che si mangia si balla e si ascolta la musica. Autoctona (valzer, tango, etc). Non sapevo ballare liscio, ma chi se ne fregava. Era cosi bello guardare gli altri…. Stavolta pero c’era qualcosa di differente. Al ingresso, tanto di poliziotti. Che ci guardavano col sospetto. Poi un sacco di bandiere. Verdi. Dentro un tendone si sentiva la gente come mormora o applaudisce. Cristina si fermo al improvviso. – E’ un raduno questo, Vale…il raduno della Lega – Allora, ho chiesto io ignaro, e senza il minimo delle conoscenze sulla politica italiana – Beh, non so se ti piacerà – E perché non dovrebbe piacermi? Non ci sono forse spiedini? Non canta la musica? – Ci sono, caro, ma…. e dai, forse è meglio che lo capisci da solo. Andiamo dentro. Entrati dentro, ci siamo seduti ad una tavola in centro.Ho capito che si parlava politica. Su palco, un certo Bossi parlava agitando il pugno. Cristina (sapendo che è) ci provò a distrarmi dalle sue parole. – Andiamo a prendere spiedini e vino? – No, vai te, io ti aspetto qua, sono curioso cosa parla. – Come vuoi….. E se ne andata. Mi rivolsi l’attenzione verso l’oratore. Non so quanto è passato. Ma ad un certo punto, ascoltando quello che parla mi resi conto dove mi trovavo. Avevo la visione dei film di nazisti che si radunano. E mi sentivo come un topo tra i gatti. Girai la testa e ovunque vedevo volti pieni di oddio, di rabbia. Gridavano e urlavano…. Contro quelli come me. “Ma che .azzo sto facendo io qua? E’ l’unico posto dove non dovrei essere”. La paura dentro di me combatteva con la rivolta. Avrei voluto alzarmi, andare a quel palco e gridare a tutti che io sono uno di quelli che loro parlano male. Che, anche se non italiano, sono come loro. Ho due mani, due gambe, ed un cuore. Niente di diverso. Niente di cattivo. Ma il panico mi impediva di farlo. Era più forte di me. Guardavo quella donna, vicino a me. Sembrava una donna normale, intorno ai cinquant’anni. Ancora bella. Assorbita dalle parole del “onorevole”, gridava “fuori, fuori tutti”. RAZZISMO. Ecco, la cosa che non l’avevo ancora capita. La gente che si crede superiore soltanto perché ha un’altra denominazione sulla riga della cittadinanza. Soltanto perché ha avuto la fortuna di essere nata qui, e non altrove. E la Cristina che non tornava più. Dovevo uscire. Un senso di nausea mi accoglieva lo stomaco. Mi sono alzato, e facendo sforzi di sembrare normale uscii fuori. Avevo l’impressione che dietro di me ci sono migliaia di occhi che mi sorvegliano. Che mi puntano come le mitragliatrici. Sapevo di essere una impressione, ma non potevo cacciarla via. Volevo soltanto vomitare. Dovevo vomitare…… Cristina arrivava sorridendo con i spiedini caldi ed una bottiglia di vino. Ma vedendomi, si fermo al improvviso. Aveva capito…. Alzo il tappo del cesto e butto tutto dentro. Poi mi prese dal braccio e mi disse, “andiamo a casa”. Io senza dire nulla mi feci portare da lei nella macchina. Come un bambino, come un drogato. Com’è ovvio, lei provo a spiegarmi come stanno le cose, e di non fare caso. Ma io la sentivo in lontananza. Il mondo, quello che avevo…. o pensavo di aver avuto conoscere…. era cambiato. – Sai Cristina, forse l’Italia non è poi cosi bella…
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Commenti
Guardava ancora il mondo con occhi da grana padano, ma ormai la grana non c'era più, era rimasto solo il padano. Mentre i suoi occhi, senza più il marchio DOC stampato dietro guardavano il mare fuori dall'oblò, la sua mente ricordava i tempi felici che parevano un antico sogno mai avveratosi: le bandiere verdi che garrivano come le piume dei polli al vento nei cortili piastrellati di guano, i genitali esposti a tenere su l'uccello duro che, sentinella del diritto, vigilava sui soprusi che gli stranieri tramavano alle spalle della vecchietta Italia e dei suoi pensionati celebri. Non era casuale che, oltre all'uccello, anche Maroni vegliasse sulle proprietà nazionali, con determinazione e rigore ascetico. Peccato averne avuto uno solo, ma si sa che il mondo gira, e questa volta era girato male. Quei xxxxxxxx di cinesini tutti uguali e comunisti, camuffati da comuni capitalisti, ci avevano copiato la tecnologia delle vacche che ascoltano Bach e fanno il latte così di alta qualità che la diossina dentro manco si sentiva. Adesso il latte lo fanno loro e la diossina si sente, eccome se si sente, e insieme a quello fanno anche i computer e i razzi e pagano i loro operai più di quello che i nostri disoccupati abbiano la forza di sognarsi possibile. Ora quegli operai, formichine senza personalità e senza uccello duro, hanno messo sotto pure i maroni e ci infinocchiano alla grande. Ci stanno facendo cagare sotto di paura e ci vendono pure i loro pannoloni sintetici, troppo stretti per i nostri uccelloni duri.
In mezzo a questi pensieri che scansionavano l'ingiustizia cosmica, il padano scorreva le fragili onde del destino amaro che lo avevano spinto su quel bastimento "made in cina", contemplando le sbarre in titanio che lo dividevano dagli altri disgraziati, come lui, che andavano a cercar lavoro all'estero per guadagnarsi un tozzo di pane rancido. Non gli restava altro che sperare nel Paradiso il quale, ne era certo, sarebbe senz'altro stato federalista e, avrebbe auspicato, anche un po' razzista.
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